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Robert Graves

Soltanto ora comincio a comprendere,

in queste notti, seduto a fare rime,

la forma e la misura di quel vasto

Dio che chiamiamo Poesia, che s’inchina

e salta attraverso cerchi di carta

ogni volta più in alto.

 

Mi piace pensare che diventerò

un grillo canterino o una cavalletta

che fa prodigiosi salti in aria

mentre le folle sbalordite, intorno,

mi fissano, e io canto, sempre più audace

fino a volare sulla spalla del mio padrone

frusciando tra i suoi folti capelli.

 

Più vecchio dei mari

più antico di pianure e colline

ancestrale come la luce che svasa

dalle ruote bollenti del sole.

Scuote la tempesta che strappa gli alberi

canta sopra i davanzali.

 

Ti ruggisce contro, oppure tuba,

grida e urla quando l’inferno scotta

cavalcando il suo guscio, spara.

Ti abbatte e ti soccorre

dove lo cerchi, non c’è.

 

Oggi, ad esempio, ha due teste

come Giano – calmo, benevolo, esatto;

e poi cruento, crudo: la barba dilaga

da parte a parte: dio smisurato

che spadroneggia su ogni ora;

stringe gli amanti nel bacio

sottrae il sole al temporale

tuono e odio gli appartengono

egli è il sì, è il no.

 

La barba nera mi parla, ha detto

“Benché l’uomo sia fragile

grida, schiocca la frusta, sii forte!

Infine, ti obbediranno:

collina e campo, fiume e palude

ti obbediranno, capriole e salti

al terrore della tua frusta

s’inchinano sotto il fragore della tua rabbia”.

 

La barba pallida mi parla, ha detto

“Vero: un premio si approssima

ma canta e ridi e corri ignaro

nel triangolo d’aria della pianura

tuffati nelle mie acque, bevi il mio sole

definisci con parole nude le mie creature;

ti verranno dietro

piene di grazia, senza dubbio né dolore”.

 

Parlò, infine, la sua doppia testa

il glorioso mostro terrificante

“Io sono il sì e il no

nero come la pece – bianco come la neve

amami – odiami – ricongiungimi

odio nell’amore – perfetto nella viltà

giustizia equanime è fatta

vita condivisa tra luna e sole

la natura ti maledice – ti sorride

dacché sei poeta, figlio mio”.

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