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Facce da scrittori 3

Che sguardi incredibili hanno gli scrittori.

Un verso di Luis Cernuda dice: “Credo in me stesso perché un giorno sarò tutto ciò che amo”. Scrivere significa anche credere in se stessi, per credere in tante cose e scoprire tante cose che ci sono, anche se invisibili. Cose buone, o belle, o semplicemente vere. Dobbiamo credere in noi stessi, e quindi negli altri, affinché l’oscurità possa illuminarsi. Questo è uno dei motivi che mi spinge a scrivere, a immergermi nella foresta delle parole, cercando di rivelare la bellezza di tutto ciò che c’è, tutte le cose fantastiche e magiche che non vediamo, ma che abbiamo bisogno di scoprire.

Una ricerca, senza dubbio. E, a volte, persino feroce. Qualcosa di simile all’incessante ricerca della preda più sfuggente: se stessi. Questa ricerca del santuario interiore, questa disperata speranza di un lontano ricongiungimento con il nostro sé più intimo, non è altro che un tentativo di trascendere la propria vita, di abitare altre vite, il patetico desiderio di afferrare non solo la parola “simile”, che è già un compito davvero arduo, ma anche la parola “altro”. È il cammino che uno scrittore percorre, libro dopo libro, pagina dopo pagina, dal più intimo al più comune e universale. Solo così il personale diventa realtà.

Scrivere è una scoperta quotidiana attraverso le parole, e le parole sono la cosa più bella mai creata, la cosa più importante che noi esseri umani possediamo. Le parole sono ciò che ci salva. Ma non le possediamo semplicemente per usarle come strumento; le abbiamo perché le dedichiamo alla ricerca infinita di una parola diversa, insolita, una parola faticosa e appassionatamente ricercata, eppure così semplice, così facile, quando finalmente la troviamo. Come ricostruire il momento in cui qualcuno ha pianto per la prima volta: un momento doloroso e difficile. Quanto strano e insolito, quanto sorprendente sembra, e anche quanto semplice e vero.

Perché ognuno di noi porta dentro di sé una parola, una parola straordinaria che non abbiamo ancora pronunciato. Per me, scrivere è la ricerca di quella parola magica, la parola che ci aiuterà a raggiungere la pienezza; è l’essenza del mio desiderio: che questa parola possa raggiungere qualcuno che la accoglie come una barca a vela in un mare assordante e calmo può accogliere il vento, una parola che forse lo conduce a riva, una riva che a volte può essere chiamata infanzia scomparsa, che può essere chiamata vita, o futuro, o memoria. Che può essere chiamata “tu” o “io”.

O forse è una parola che tutti dimentichiamo non appena la scopriamo. Continuiamo tutti a cercare quella parola speciale, quella parola in cui sembra risiedere l’intero significato della vita, eppure era lì, o sarà lì d’ora in poi, perché qualcuno la raccolga. Quella parola che non sapevamo pronunciare, che non avevamo mai sentito, o che avevamo sentito e perso, in un altro tempo e in un altro luogo.

Come quella che la piccola Kay nella fiaba di Andersen inseguiva inutilmente e cercava di formare dai pezzi di ghiaccio. Era una parola semplice, ma sfuggente, come il tempo stesso. Finalmente, dopo il suo lungo viaggio di ricerca, la piccola Gerda la rimise al suo posto, proprio come rimise al suo posto il cuore di Kay. Amore assomigliava a quella parola, ma non si chiamava amore. Forse è vero il sospetto che in ogni scrittore si celi l’incrollabile ricordo di un’innocenza non del tutto perduta, un pizzico di sana follia e insospettate riserve d’amore.

Le Parole invadono un Paese delle Meraviglie… È come scendere lungo un fiume impetuoso, leggero e fugace come un lampo

Perché La vita, dimmi: è qualcosa di più di un sogno?

Ana María Matute
1998